Dalla guerra in Siria all’Università in Italia. Ritrovare la dignità attraverso i corridoi umanitari

di Gaetano De Monte

Yasser ha 28 anni. È nato a Damasco, capitale della Siria, e lì ha vissuto fino allo scorso anno. Nel suo Paese ha frequentato l’Università, conseguendo nel 2016 la laurea triennale in ingegneria informatica, e, contemporaneamente, lavorando come programmatore informatico.

Nel febbraio del 2017 Yasser ha pagato 75000 mila lire siriane per attraversare il confine tra Siria e Libano, aiutato da un ufficiale militare. Il motivo è presto detto: è fuggito nel “Paese dei cedri” perché non voleva svolgere il servizio militare. Aveva intrapreso la carriera di ingegnere, Yasser, e voleva continuare anche a studiare, a formarsi. L’opportunità gli è stata offerta il 29 agosto del 2017, quando ha preso un volo da Beirut per Roma, inserito nei corridoi umanitari, www.mediterraneanhope.com/corridoi-umanitari- il percorso frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti: tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche, valdesi e metodiste che hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario. Ora Yasser ha realizzato il suo sogno: vive a Genova, dove frequenta dal settembre del 2017 il corso di laurea magistrale in ingegneria informatica.

Anche Meryat è arrivata in Italia attraverso i corridoi umanitari. È una giovane donna siriana. La guerra le ha distrutto la casa due anni fa e molti suoi amici sono stati uccisi durante i bombardamenti. Lei stessa è stata costretta ad interrompere gli studi universitari. Ma una volta arrivata in Italia, ha potuto riprendersi in mano la vita e cominciare a ricostruire il suo futuro grazie alla sua determinazione. Meryat è stata accolta in provincia di Roma, all’interno di un piccolo centro di accoglienza gestito dalla Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane, la FCEI. Qui ha ottenuto lo status di rifugiato e ha appreso velocemente la lingua italiana. Ora Meryat frequenta l’Università di Ferrara grazie a una borsa di studio.

Attivati finora dodici corridoi umanitari. Un bilancio di due anni di attività

Proprio ieri sono arrivati a Fiumicino con il volo Alitalia AZ827, 66 profughi siriani provenienti dall’aeroporto internazionale di Beirut-Rafic Hariri. Fra questi, 22 di età inferiore ai 14 anni. Durante la conferenza stampa di benvenuto che si è tenuta all’aeroporto di Fiumicino, Paolo Naso, coordinatore del Programma rifugiati e migranti-Mediterranean Hope (MH) della FCEI, ha dichiarato di voler dedicare questo momento a Miracle nato sulla nave Aquarius, bambino strappato alla morte e conquistato alla vita grazie alle azioni umanitarie. Quello di ieri è stato il dodicesimo corridoio umanitario attivato dal Libano, per un totale di 12000 persone arrivate in Italia finora, in sicurezza e dignità. Altri mille profughi giungeranno nei prossimi due anni grazie al rinnovo del protocollo siglato con i Ministeri degli Affari Esteri e degli Interni.

Intanto è possibile tracciare un primo bilancio dei primi due anni di attività. In particolare, per agevolare l’inserimento delle persone nel mondo del lavoro, il progetto ha favorito l’attivazione di tirocini formativi/borse lavoro; al termine del periodo di riferimento le posizioni lavorative attive sono 104, incluse alcune attività di imprese o lavoro autonomo. Non soltanto. Il progetto ha inteso sostenere e valorizzare il percorso formativo pregresso; infatti, 26 ospiti si sono iscritti a corsi universitari, riuscendo a beneficiare di borse di studio grazie a bandi specifici (Miur) rivolti ai rifugiati; mentre 28 ospiti hanno potuto frequentare corsi professionali; e, in molti casi, ciò ha consentito di riqualificare professionalità già precedentemente acquisite. È possibile affermare che, al termine del periodo di riferimento, il 42% dei profughi risulta ancora in accoglienza, e tra questi, oltre il 70%, più di 300 circa, dunque, ha raggiunto la semi-autonomia, dipendendo così dalle associazioni promotrici per il solo alloggio. E poi ci sono i profughi che hanno concluso il progetto, per diverse motivazioni: soltanto 16 sono tornati in patria, 140 sono coloro che hanno abbandonato i luoghi di accoglienza dopo aver sostenuto l’intervista con la locale commissione territoriale. Infine, si contano quasi 200 rifugiati tra quelli che hanno raggiunto la piena autonomia.

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